In Thailandia, imparando la missione

“La chiesa non è una culla dove stare tranquilli”, ha detto Valentina Gessa prima del suo ritorno in Thailandia. Undici anni di strada con il popolo thailandese…

Fin dalla mia prima formazione missionaria, desideravo andare dove Cristo è meno conosciuto. Fui perciò felice di partire per la Thailandia, Paese dove solo lo 0,6% della popolazione è cristiano, in un contesto per il 95% buddista e per il 4% musulmano, e sentivo che già essa diventava la mia terra santa.

Dopo due anni di studio della lingua, iniziai la pastorale sociale fra le popolazioni tribali delle montagne del nord del Paese. I discorsi vertevano per lo più sulla coltivazione del riso, sui problemi legati a siccità o alluvioni.

Questo era il loro mondo, che a volte a me pareva piccolo e limitato. Con il tempo ho scoperto la loro saggezza nella medicina erboristica e, in chi era cristiano, il loro affidarsi a Dio con poche conoscenze ma molta fede. Dal 2013 sono in una parrocchia della periferia di Bangkok e lavoro in equipe nella pastorale sociale in alcune delle duemila baraccopoli della città.

Che cosa sei andata capendo lungo gli anni?

Ho capito quanto fossi facilmente portata a giudicare certi aspetti culturali thailandesi, contrapponendoli ai nostri. Ci sono voluti nove anni per sentirmi veramente a casa. Un giorno, durante l’adorazione, ho detto al Signore il mio grazie perché amavo il popolo thailandese. Mi è successo a Roma, dopo aver incontrato sacerdoti e religiose thailandesi studenti in Italia. Vedendo le loro fatiche nell’entrare nella nostra lingua e cultura, ho provato solidarietà e ho sentito che eravamo insieme nella missione di annuncio.

All’inizio mi sembrava chiaro che cosa fossi chiamata ad annunciare e le modalità per farlo. Dopo qualche insuccesso e delusione, sono diventata più umile. Ho compreso che in un mondo dove la gratuità non viene capita facilmente, ci vuole ancor più gratuità nel nostro operare. Per un buddista, infatti, se fai del bene ricevi del bene, se fai del male ricevi del male: tutto è ricondotto al karma, al bene o male fatto nella vita precedente; così, egli vede facilmente nei gesti di carità un modo per ottenere meriti e la giusta ricompensa. Sembra un vicolo cieco.

Qual è l’importanza della relazione nel tuo essere missionaria?

È nella relazione vera, sincera, dove ho rinunciato in qualche modo all’obiettivo di far conoscere Cristo, ma ho cercato l’altro gratuitamente, senza secondi fini, che si è aperta una porta. Alcune signore buddiste ammalate si tengono in contatto con me, anche se ora non abito più vicino a loro: è nata un’amicizia, in qualche modo faccio parte della loro famiglia.

Cerco di ispirarmi a Gesù al pozzo di Sichar: chiede da bere e si accosta alla Samaritana chiedendo della sua vita. Sento che la missionaria che mostra le sue debolezze, che chiede aiuto e lavora insieme, alla pari, apre strade di vera fraternità e condivisione. Molte volte è la famiglia povera che desidera farti gustare il suo cibo o che tu possa essere ospitata nella loro casa.

Il popolo thailandese sembra felice anche senza Gesù: è vero?

Al primo impatto il popolo thailandese sembra il più felice al mondo: sono sempre sorridenti, gentili, cortesi e accoglienti. Al primo funerale buddista cui partecipai, rimasi impressionata dalla loro capacità di vivere la sofferenza, senza mostrarla, nell’accettazione dell’impermanenza della vita. Ma proprio in quella situazione avvertii il vuoto dell’annuncio. Ringraziai di credere in Gesù Cristo morto e risorto e nella vita eterna.

Questa fede fa la differenza non solo per noi cristiani. Con una signora della parrocchia già da due anni visitavamo settimanalmente una coppia di anziani; il figlio primogenito, cinquantacinquenne, disabile fin da piccolo, vive allettato; una figlia è morta a trent’anni di tumore; e un nipote, figlio del terzo figlio, è morto di incidente stradale. La prima volta mi presentai come una religiosa cattolica e parlammo un po’ della fede cristiana, ma in seguito non uscì più l’argomento. Un giorno, di punto in bianco, la signora mi chiese se davvero nella nostra religione ci fosse un sacramento che toglie il peccato. Meravigliata dalla sua domanda, le parlai del sacramento della riconciliazione e le dissi che per noi non c’è un karma e che lei e suo marito, nel loro amore verso il figlio disabile, per il “mio” Dio erano benedetti. Da allora, quando penso alla Buona Novella, vedo gli occhi di questa anziana donna lucenti di gioia e di meraviglia al sentirsi non solo liberata da un peso ma anche amata.

Vivere con il popolo thailandese come ha influenzato la tua fede?

Ho capito che la Chiesa è per il Regno e non una culla in cui stare tranquilli. Direi che la mia fede si è centralizzata e in qualche modo semplificata. Non si può parlare di amore e non viverlo, non si può dire di essere fratelli e non cercar di vivere realmente come tali. Davvero si annuncia per attrazione: attrae la gioia di quello che dà significato al nostro stare lì.

Le visite alle persone malate o le attività con i ragazzi e bambini delle baraccopoli diventano occasioni preziose di incontro che hanno il sapore degli incontri di Gesù con la gente di Palestina. Assaporo la sete di Dio nel cuore di tante persone e la bellezza di lasciare che Dio possa parlare attraverso la mia vita.

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