Tempo di scegliere

Milioni di anni di storia sembrano non averci convinti abbastanza del fatto che le guerre sono la faccia più tragica dell’ipocrisia. S’ammantano di belle parole, di alte idealità; che cosa siano sul terreno, gli innumerevoli morti non possono più raccontarlo, e i sopravvissuti portano dentro ferite la cui portata è difficilmente percepibile al resto dell’umanità.

Il nostro consenso agli interventi bellici è carpito facendo leva sull’orrore suscitato dal mostro di turno – anni fa si trattò di Saddam, poi di Gheddafi, e la lista continua –, ampiamente diffuso dai mezzi di informazione. Pochi i giornali e siti che vanno oltre l’emozione per svelare le ragioni vere delle guerre. Il mondo non cessa di militarizzarsi e risuona ancora inascoltato l’appello al disarmo lanciato già nel 1963 da papa Giovanni XXIII nell’enciclica “Pacem in terris”.

Il timore di attentati terroristici contribuisce a far accettare anche agli spiriti più miti la militarizzazione crescente che interessa anche il nostro Paese. Sono rare le critiche alle spese militari italiane in crescita, che faranno lievitare gli attuali 55 milioni di euro di spesa giornaliera, che già non sono che una parte delle spese militari effettive. Ospitiamo sul nostro territorio settanta bombe nucleari Nato che nel giro di due anni potrebbero essere sostituite da altre più micidiali.

Gli atti di violenza nel dettaglio della nostra vita quotidiana vivono dello stesso clima. Saltando a piè pari tutte le nostre convinzioni di fede o i nostri principi, ribadiamo nei fatti che crediamo fermamente alla violenza come strumento di dissuasione e di soluzione dei conflitti.

È urgente che ciascuno di noi si chieda, senza maschere, qual è la sua visione delle cose, o, se ha una fede di riferimento, a quale visione del mondo essa lo orienta. Se attendiamo un mondo non violento per essere non violenti, non lo saremo mai. Se non frughiamo nei cassetti nascosti del nostro cuore per vedere che cosa accumuliamo per i momenti di crisi di relazione, restiamo potenziali violenti, anche dietro quotidiani sorrisi. Ciascuno forse troverà un terreno quotidiano da sminare. Ma anche un ambito quasi intatto su cui chiamare all’impegno la nostra classe politica.

Indicatori di strade nuove esistono nel mondo. Sono il popolo mite che ogni giorno concepisce la vita come servizio e non come affermazione di sé, che crede all’amore a prescindere dalla risposta dell’altro, che lotta contro l’ingiustizia ma che nulla riesce a convincere a odiare. Questi maestri li troviamo per strada, in casa, nel vicinato e anche a distanza. I cristiani trovano in Gesù non solo un impareggiabile esempio, ma anche una permanente sorgente della forza di amare.

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