L’ avventura della fraternità

Cenni di missione nell’Africa Centrale

 Maria De Oliveira è una missionaria saveriana originaria dello Stato del Parana (Brasile) e di lontane radici africane. Dopo alcuni anni di servizio in patria, nel 1986 è partita per la Repubblica Democratica del Congo, allora Zaire, dove è rimasta per dieci anni. Ha poi lavorato per altri dieci anni nell’Amazzonia brasiliana e dal 2007 è tornata in Congo, dove è rimasta fino a maggio 2016. Attualmente lavora a Londrina, in Paranà, nel sud del Brasile. Le abbiamo posto alcune domande.

 Come successe che fosti destinata all’allora Zaire?

 Quando ascoltai due saveriane brasiliane parlare della loro missione in Africa, sentii che anch’io sarei potuta andarci e lo chiesi. Mi fu concesso ed ero molto contenta. Sapevo che tanti Brasiliani avrebbero desiderato questo viaggio per ritrovare le loro radici, respirare il profumo della terra dei loro antenati.

 Fu bello davvero?

Soprattutto a Nakiliza, un villaggio dell’interno, abbiamo fatto l’esperienza di essere in mezzo al popolo: abbiamo gustato la loro accoglienza e ci sentivamo uno con loro. La gente era contenta vedendoci camminare fra loro, mangiare il loro cibo e vivere come sorelle, pur diverse: “È bello vedervi fare insieme i lavori di casa!”. Quest’esperienza mi ha dato forza e mi ha fatto capire che vale la pena vivere quest’avventura. Eravamo là non perché essi erano più bisognosi di noi, ma perché potevamo testimoniare fraternità, loro con noi e noi con loro.

Poi scoppiò la guerra del 1996…

Quando scoppiò la guerra, ero in vacanza in Brasile e rimasi là: fui allora inviata in Parà, nel nord del Brasile. Il cambiamento fu forte, però mi sentii anche privilegiata di poter lavorare in quel contesto. Attraverso quest’esperienza ho capito che basta essere disponibili per essere utili: io che pensavo di non saper fare niente, in Parà ho imparato molte cose che non avrei mai pensato di fare.

 Pensavi ancora al Congo?

Sempre. All’inizio pensavo che sarei tornata dopo un anno e cercavo di imparare tutto ciò che mi avrebbe potuto servire, per esempio a curare con le erbe. Avevo speranze, nostalgia, sogni; con il passare del tempo, ebbi anche paura: paura di tornare, di non riuscire a capire la situazione e ad adattarmi. Paragonando la realtà brasiliana a quella del Congo, vidi però che le difficoltà potevano essere le stesse: anche nella periferia di Belém c’erano violenze, uccisioni… Capii che per ogni situazione difficile ci sono anche grazie speciali e cominciai a pensare di tornare a dare il mio contributo, come stavano facendo le mie sorelle già da tempo. Accettai la proposta del ritorno e ripartii per il Congo nel febbraio 2007. Sapere che le sorelle del Congo mi aspettavano mi ha incoraggiata.

 Hai trovato un Paese cambiato…

La situazione del Paese era certo molto cambiata. Il popolo aveva subito enormi lutti e sofferenze, le città dell’est si erano gonfiate a causa degli sfollati. Notavo anche, malgrado tutto, un crescere di mezzi in parte della popolazione: telefonini, macchina, vestiti migliori… e anche un divario accresciuto fra i ricchi e i poveri, la maggioranza della popolazione. Mi fu chiesto un servizio nella città di Bukavu, nella comunità ove delle giovani congolesi si preparano alla vita missionaria.

 Poi, nel 2010, è arrivato il Burundi…

Fu una grazia speciale e un’opportunità. A Kamenge, in periferia di Bujumbura, tutto ricominciava: altra lingua, altra comunità, altra realtà, altro modo di lavorare… Fin dall’inizio, ho capito che non potevo pensare di fare tutto io. È un privilegio che ho: non sapendo fare tutto sono obbligata a ricorrere agli altri. Il fatto poi di non conoscere la lingua mi ha messo nella condizione di chiedere di più aiuto. Desideravo tanto imparare la lingua, ma dopo un po’ di lezioni ho capito che non era così semplice e mi son messa in pace, continuando a studiare per conto mio. Ho avuto l’onore di vivere là con le nostre tre sorelle, Olga Lucia e Bernardetta, che sono state uccise nel settembre 2014.

 Nel 2014, qualche mese prima di questo dramma, tu fosti chiamata di nuovo a Bukavu…

Si, ho vissuto questi ultimi tre anni di nuovo nella comunità del Noviziato a Bukavu, in mezzo a un bel gruppo di ragazze che si preparano alla vita missionaria. La Provvidenza mi ha anche aperto la porta per un servizio alla prigione centrale della città, svolto insieme a un’equipe di preti, suore e laici. All’inizio ero intimorita da questa proposta, poi l’incontro con i prigionieri si è rivelato una grazia. Loro mi hanno onorata della loro fraternità e testimoniato la fede pur in mezzo a tante sfide e difficoltà. Per parte mia ho potuto accompagnare quanti si impegnano nell’atelier di cucito e di bricolage. Abbiamo pregato insieme ed ho ascoltato e conosciuto tante loro storie.

La tua mamma ti ha lasciato recentemente, mentre eri a Bukavu…

Nel 2013, ho potuto passare quattro mesi accanto alla mia mamma. Mi fu molto difficile lasciarla per ripartire, ma lei fu più forte di me, mi incoraggiò e non pianse. Sentii che quella volta era stata la mia mamma a inviarmi. Aspettava il mio ritorno, ma non mi ha mai chiesto di anticiparlo per le sue fragili condizioni di salute, so che era contenta che fossi in missione. Anche i miei fratelli e sorelle mi hanno sempre incoraggiata e si sono presi cura di lei anche a nome mio. Ora ha raggiunto il Cielo.

 Che cos’è per te la missione?

Ci sono capacità diverse, c’è chi va e predica, anche questa è cosa buona. Nel mio modo di fare e di essere io, che non sono per le predicazioni, penso che missione è essere là con la certezza che io sono abitata e anche loro sono abitati da Dio: per questo è possibile vivere insieme, collaborare e accogliere le nostre diversità. Sento chiaramente che non sono andata perche hanno bisogno di me e questo mi ha aiutata non credermi indispensabile.

 (Nella foto: Maria è la prima a destra)

Contattaci

    Login mobile